Buonasera
quello che ho letto lo condivido pienamente.
Lavoro una struttura di circa 30 persone dove gestisco collaboratori e parte della segreteria.
Noto spesso che la condivisione viene meno soprattutto per quanto riguarda gli obiettivi.
Tutti fanno lo stretto necessario per raggiungere il minimo indispensabile.
Vorrei qualche sua indicazione, suggerimento per creare quel confronto utile e necessario per far crescere tutti.
(Forse non centra molto con l’articolo ma è comunque una questione che le voglio porre).
Saluti
Sono convinto che ci siano due possibili leve sulle quali agire in relazione alla questione posta nel commento:
la gestione della delega, che deve porre attenzione non solo alle procedure da svolgere da parte del delegato, ma anche al senso dell’attività della quale viene affidata l’esecuzione e, meglio, la responsabilità;
lo sviluppo e la manutenzione della cultura organizzativa, di cui ogni collaboratore è parte integrante, che deve porre attenzione adeguata alla dimensione qualitativa, oltrechè quantitativa, del lavoro individuale e collettivo.
Anche in questo campo è possibile ricercare delle buone prassi.
Riflettere in materia di buone prassi aiuta a crescere meglio.
Significa abbandonare inutili gelosie, ponendosi con apertura nel confronto di altre esperienze e non temendo di essere ‘depredati’ del proprio know how.
Su Il Sole 24 ore di venerdi 30 ottobre Giovanni Puglisi rettore IULM parla di buone prassi asserendo che esse
valgono più di mille teorie.
Il contesto è quello della PA e delle iniziative messe in atto nella comunicazione verso i cittadini.
Ma sono assai convinto che l’attenzione alla diffusione ed al confronto possa essere di grande utilità in ogni contesto, sia per i benefici diretti che può generare, sia per l’indubbio risvolto che può generare in materia di cultura organizzativa.
Investire sulla condivisione delle buone prassi genera contaminazioni positive e rende feconda la riflessione sull’assetto organizzativo e sull’operato gestionale di realtà grandi e piccole, senza impoverire nessuno.
Per chi è disponibile alla ’scommessa’, ObiettivoEfficacia è a disposizione per diffondere e condividere proposte ed esperienze.
Nel post precedente ho parlato dell’importanza dell’investimento organizzativo e della necessità che esista un progetto.
Torno ancora sul progetto, che a mio giudizio rappresenta un traguardo essenziale, poichè dietro di esso si può rinvenire la capacità del titolare dell’organizzazione di gestire il proprio tempo in modo utile a riflettere su di sè, sul proprio lavoro e sul proprio assetto professionale, con continuità e concretezza, pensando in avanti ed evitando di essere inghiottito dal gorgo del contingente.
Insomma, in questo modo si ottiene sia un importante strumento per migliorare la propria organizzazione, sia un buon motivo per organizzare meglio ed in modo più efficace il proprio tempo.
E’ proprio ora di investimento organizzativo;
utilizzare l’autunno per pianificare e programmare le novità da introdurre nella propria organizzazione e nel proprio modo di lavorare per il 2010.
Maturare il proprio investimento organizzativo significa essenzialmente tre cose:
avere un progetto sul proprio lavoro e sul modo in cui portarlo avanti;
riflettere e decidere sui passi necessari;
organizzarsi ed agire per raggiungere i traguardi decisi.
Ogni momento è buono per investire sul proprio futuro.
Basta iniziare il processo e dedicarvi attenzione e continuità.
Ogni organizzazione può decidere di comportarsi in modo intelligente o stupido.
E questo, ovviamente, dipende dalle scelte della sua ‘testa’, del gestore.
Cosa intendo per modo intelligente?
Intendo un’organizzazione che sa imparare dalla propria esperienza e dal confronto con ciò che la circonda.
Intendo un’organizzazione che
pianifica,
agisce,
verifica,
riaggiorna
il proprio modo di lavorare, tenedo conto di ciò che ha funzionato e di ciò che non ha funzionato a dovere, facendo tesoro dell’esperienza ed evitando così di ripetere errori ‘non necessari’.
Nell’ambito dei sistemi di assicurazione della qualità, si definisce questa la politica del miglioramento continuo, intendendo il ripetersi virtuoso e ‘naturale’ del ciclo sopra esposto.
Un altro aspetto assai importante è legato all’azione di benchmark rispetto ad organizzazioni o a realtà che offrono servizi simili o che comunque siano in grado di porgere utili suggerimenti, buone prassi, esempi da seguire.
Quello che ho delineato è il profilo di un’organizzazione che
pensa,
riflette,
capitalizza
rispetto al proprio agire quotidiano, che dunque dedica tempo ed attenzione al come, oltre che al cosa fare.
Perchè parlare di Bilancio delle competenze? [continua]
Per riuscire a definire lo stato dell’arte, che ovviamente costituisce il punto di partenza, è necessario “chiudere” un bilancio delle competenze, cercando appunto di valutare lo stato dell’arte in un dato momento, che chiameremo t0; su questa base avrà senso andare ad operare in ragione di un progressivo sviluppo finalizzato ad un obiettivo professionale [es.: la maturazione di un ruolo aziendale], approfittandone per allargare lo sguardo al complesso degli equilibri e degli assetti organizzativo dell’organizzazione.
Sulla scorta di questa conoscenza di base e degli obiettivi professionali, sarà poi possibile – oltrechè utile – pianificare, condividere e programmare le scelte per arrivare int1, t2… tn.
Conoscere il profilo professionale di partenza non è importante, dunque, tanto per possedere un inventario fine a sé stesso, quanto per costruire un punto fermo certo, in relazione al quale:
Pianificare e programmare la crescita professionale,
Prendere coscienza dei punti di forza e valorizzarli al meglio per sviluppare i punti deboli,
Imparare a conoscere ed accettare potenzialità e limiti, per meglio calibrare obiettivi e strategie, in un’ottica di valorizzazione delle individualità e di personalizzazione ragionata del percorso di crescita [“traiettoria professionale”].
Come risulta evidente, si tratta di un percorso a tappe, caratterizzato da una progressiva messa a fuoco degli obiettivi professionali individuali e dei modi per raggiungerli.
impostare l’analisi di un profilo professionale, in modo da conoscerlo e da poterne padroneggiare efficacemente l’evoluzione attraverso la maturazione di una progettualità, che sia in grado di assecondare e sostenere le esigenze di sviluppo e di cambiamento.
acquisire una base metodologica per rafforzare la propria competenza nell’impostare le scelte di sviluppo professionale e nell’orientare un percorso di formazione continua, ponendo così le basi per meglio soddisfare le aspettative dell’organizzazione e delle persone coinvolte.
Lo strumento Bilancio delle competenze costituisce un primo momento di messa a fuoco, di riconoscimento e di riflessione, sulle diverse componenti il profilo professionale, cercando di definire un metodo che sia poi riutilizzabile ed adeguabile ai diversi passi di un cammino professionale.
Certamente l’insieme delle conoscenze, delle abilità e delle competenze che compongono il profilo professionale di un individuo vanno considerate non in modo rigido, ma secondo delle “traiettorie”, quindi rispetto a un divenire che implica cambiamento e modificazione, a fronte della motivazione indispensabile e della esistenza di opportunità per realizzarlo
Certamente questo cambiamento può essere sia subìto che gestito e, proprio nell’ottica di essere in grado di padroneggiare lo sviluppo professionale, si rende necessario conoscere in prima battuta, lo “stato dell’arte” ed essere in grado di definire conseguentemente esigenze ed obiettivi professionali e la strategia per adeguare le capacità alle sfide da intraprendere.
Continua mercoledi prossimo! Grazie per la tua attenzione.
Grazie a Tabloid di Radio3 ho scoperto stamane un interessante articolo di Elena Lisa su La Stampa, edizione cartacea.
Ne riporto alcuni passi:
PANE, PASTA E UN ETTO DI FREUD
Rivoluzione al supermercato: tra le corsie arrivano lo psicologo e l’avvocato
… Il servizio, assolutamente gratuito, si inserisce con altre iniziative in un pacchetto di proposte che la cooperativa offre ai soci in molti punti vendita.
C’è il consulente fiscale, l’avvocato, il cardiologo e il ginecologo – durante campagne di prevenzione per la salute – la vendita di biglietti per i concerti, gli sportelli per pagare le bollette, la consulenza previdenziale e il calcolo della pensione, l’assistenza nelle pratiche di disoccupazione e di infortuni sul lavoro, la vendita di detersivi sfusi, le casse superveloci automatiche, senza cassiera, i servizi finanziari e le assicurazioni.
Ma anche iniziative rivolte agli stranieri, come le pratiche di rinnovo dei permessi di soggiorno e di ricongiungimento familiare per chi lavora.
Dopo una fase di sperimentazione, durante la quale i clienti si sono limitati a mostrare curiosità, oggi all’Ipercoop di Milano parlano di un grande successo.
Andrea Pertegato, portavoce della cooperativa in Lombardia, è euforico: Un risultato incredibile. Sono passati pochi mesi da quando abbiamo fatto partire le nostre proposte e già stiamo pensando di ampliare ad altri punti vendita i servizi più richiesti.
Non si può di certo non tenerne conto.
Dopo la crisi le abitudini che si consolideranno saranno diverse dalle precedenti; solo chi si attiva non subirà il cambiamento.
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UN PENSIERO UTILE
Impariamo ad offrire ciò che abbiamo anche se ci sembra molto poco, basta che osiamo metterlo in gioco, ed ecco che si ripete ogni volta il miracolo della moltiplicazione dei pani.
(Eugen Drewermann)
Tratto dal sito della fraternità di Romena (www.romena.it)