Sempre le mie recenti esperienze di vita quotidiana mi hanno riportato alla mente questa fiaba, forse attribuibile ad Esopo, che fa più o meno così.
Una rana stava serenamente sguazzando in un fiume quando ad una sponda si avvicinò uno scorpione. “Devo passare dall’altra parte” disse “ma non so come fare, io non so nuotare e se provo affogherò. Tu potresti aiutarmi trasportandomi sul tuo dorso, te ne sarei molto grato”. La rana perplessa rispose: “Ma se io ti lascio salire sul mio dorso tu potresti pungermi ed uccidermi!”. Lo scorpione rassicurò la rana: “Non ti preoccupare, perchè dovrei farlo, se ti pungessi morirei anch’io perchè affogheremmo entrambi nel fondo”. La rana si sentì rassicurata dalle spiegazioni dello scorpione e lo fece salire. Quando furono a metà del fiume, lo scorpione punse la rana. La rana stupita dal gesto dello scorpione mentre stava affondando insieme a lui trovò la forza di chiedergli: “Ma perchè l’hai fatto adesso moriremo entrambi?” Lo scorpione rispose “Non ho potuto farne a meno, questa è la mia natura”.
Quanto spesso ci giustifichimo o assolviamo il comportamento altrui, proprio chiamando in causa una fantomatica ed immutabile natura?
E questo anche a costo di avallare scelte totalmente illogiche e addirittura autolesionistiche?
Qual è la “morale della favola”? Credo che il significato più forte sia proprio la sua inspiegabilità. Un agire con danno per sé e per altri senza alcun comprensibile motivo. Una follia che si annida nella “natura” umana, di cui si vedono molti esempi. Alcuni, per fortuna, più comici che preoccupanti – ma altri, purtroppo, dolorosamente tragici.
tratto da: http://web.mclink.it/MC8216/stupid/scorpio.htm
Forse vale la pena di riflettere di più e assumersi maggiormente le proprie responsabilità.
Quanto era importante per Rocco l’impostazione tattica di una partita? Quante energie mentali vi dedicava?
Molte meno che alla messa in scena del suo teatrino.
Un pò perchè era un altro calcio, più semplice, che richiedeva meno approfondimenti. Un pò, anzi tanto, perchè essendo stato giocatore sapeva benissimo che è inutile, anzi dannoso gonfiar troppo la testa ai giocatori, perchè poi sul campo sono loro a interpretare la partita.
Prima la lezione di vita, prima la serenità e la giusta tensione dell’ambiente per ottenere le motivazioni ideali.
Poi la tattica, la partita, il risultato.
Gigi Garanzini ed Enzo Bearzot, da ‘Nereo Rocco’ Mondadori 2009
Leggendo i due commenti fino ad oggi pervenuti da parte dei Divi Claudii in calce all’articolo in materia di tempi e metodi di lavoro, ho pensato di approfondire il tema, secondo due punti di vista distinti ma sinergici.
Un mese fa circa ti ho proposto il bilancino grazie-uffa, per misurare il quotidiano ricorso alla gratitudine o la tendenza ad indulgere nella lamentazione.
Come promesso ho cercato di sperimentare su di me lo strumento e di dedicare quotidianamente un momento a soppesare i due atteggiamenti.
Cosa ne ho tratto?
Due considerazioni sostanziali:
indulgo nella lamentazione, a scapito ovviamente della gratitudine, ogniqualvolta attuo un ascolto o manifesto un’aspettativa eccessivamente autobiografica verso una persona o una situazione.
indulgere nella lamentazione avvia una spirale di negatività potenzialmente senza soluzione di continuità, finchè non si accende nuovamente la luce della gratitudine.
Però è molto importante dedicare attenzione a conoscere, comprendere e migliorare i tempi ed i metodi del lavoro quotidiano nel tuo studio professionale o nel tuo ufficio.
Metti comodo e guarda il video!
Grazie per la tua attenzione.
Articolo correlato: puoi rivederti il post sull’organigramma!
Ovvero, di come rendere visibile la tua competanza, il tuo sapere, le tue qualità, il servizio che offri.
Facciamo un’ipotesi: domani pubblico un bell’articolo.
Per scriverlo mi sono impegnato, ho studiato, ricercato, discusso.
Dopo averlo scritto ho limato il testo, l’ho affinato, curato; è uscito proprio un buon lavoro.
L’ho riletto; davvero mi rappresenta. davvero comunica ciò che volevo far giungere alla mente ed all’animo altrui.
E’ davvero un buon lavoro.
Bene.
Cosa manca? Manca la cosa più importante, cioè la certezza che venga letto da un gran numero di persone e, soprattutto, da coloro che rappresentano il mio targetdi riferimento.
Quindi la competenza, l’abilità, l’entusiasmo, rischiano di essere vincolate nel limbo delle potenzialità teoriche, se non sono veicolate ad uno sbocco efficace, per rendere al meglio.
Pensa dunque anche alla tua situazione:
le tue capacità raggiungono un buon numero di clienti e potenziali clienti che le possano apprezzare ed utilizzare?
il tuo approccio al mercato è strutturato e calibrato sulla base di un piano che attua una strategia mirata a raggiungere/consolidare un posizionamento motivato?
ti capita spesso di pensare di non essere sufficientemente in grado di promuovere la tua professionalità nel verso giusto?
Sto camminando, intorno all’ora di pranzo, per le vie della mia città.
Sono solo, non incontro nessuno che conosco, il cellulare non squilla nè vibra.
Mi domando:
Quanto io sono io e quanto io sono ciò che è creato dalla relazione con gli altri?
Di più: quanto sono ciò che gli altri mi riconoscono di essere?
Quanto esisto grazie al riconoscimento degli altri?
Qual è il rapporto fra l‘autostima quale valore attribuito a se stessi e l’autorevolezza, come valore attribuito dagli altri?
E’ la prima che influisce su atteggiamenti e comportamenti e dunque traina la seconda?
Oppure l’autostima si alimenta nel riconoscimento altri, nell’assommare figure e posizioni, più che nell’essere individuo?
E quanto incide lo stato d’animo del momento?
Penso sia molto importante l’attenzione data ai feedback: sono privilegiati i propri o quelli degli altri; servono per indirizzare un percorso autonomo oppure per sostenere un’impalcatura posticcia, costruita per compiacere ed essere accettati?
Dietro a questa diversità compare ben evidente il concetto di stabilità della persona centrata su se stessa, finalizzata e focalizzata, piuttosto dell’atteggiamento altalenante di chi è vittima di ciò che ritiene gli altri pensino di lui.
Qual è il ruolo degli stereotipi personali e sociali che si affollano nella mente?
quanto incidono le emozioni negative, rispetto a quelle positive?
Insomma: nel flusso o alla deriva?
Liberi ed interdipendenti o dipendenti dagli altri e dal contesto?