Questo incitamento rimane disponibile su ‘FUORIONDA’!
Perchè non approfittarne!
Grazie per la tua attenzione.
Questo incitamento rimane disponibile su ‘FUORIONDA’!
Perchè non approfittarne!
Grazie per la tua attenzione.
Rieccomi al tema – sempre appassionante ed attuale – del ‘nuovo collaboratore’.
Bene, dopo averlo individuato e scelto ora si comincia a fare sul serio; va messo in campo, inserito nella squadra.
Questo significa che tutti gli altri collaboratori dovranno rivedere almeno un poco i confini dei propri spazi, perchè c’è questa nuova presenza.
Se nella sua prima fase la selezione è stata un fatto ‘riservato’ fra te ed il candidato [mi raccomando: non ragionare MAI in questa prospettiva fasulla], ora il gioco s’allarga nel senso che si vanno a modificare equilibri consolidati, non sempre in modo prevedibile (e questo soprattutto se non si è riflettuto al riguardo!).
Piaccia o meno, avverranno degli scambi di abitudini e di comportamenti tra che c’è e il nuovo che arriva e dunque questa fase non va lasciata a se stessa, perchè non è affatto detto che le cose prendano la piega che interessa a te.
Quindi: prepara l’inserimento con i tuoi ‘vecchi’ collaboratori, prima che essi ne vengano a conoscenza dall’interssato che si presenta una mattina chiedendo quale sia il ’suo’ posto di lavoro o dagli operai che trasportano una nuova scrivania!
Sii molto chiaro con loro (e con lui, ovviamente) e cura particolarmente la preparazione dell’affiancamento che molto probabilmente andrai a mettere in atto. Spiega non solo cosa vuoi venga spiegato al nuovo arrivato, ma anche come desideri che questo percorso sia realizzato e quale deve essere l’obiettivo da ragiungere. I tuoi collaboratori non sono nè tutor nè formatori e dunque devi fare in modo che sia loro chiaro cosa ti aspetti e come debbano attuare il tuo incarico: chiedi loro, in fin dei conti, di lavorare su una ‘argilla’ che hai scelto tu e dunque… .
Vedi anche…
http://obiettivoefficacia.wordpress.com/2008/12/01/la-selezione-del-personale-come-leggo-i-curricola-1/
http://obiettivoefficacia.wordpress.com/2008/12/15/la-selezione-del-personale-come-gestisco-il-colloquio-2/
Grazie per la tua attenzione!
Siamo all’inizio del nuovo anno, si avviano nuovi progetti, si innescano nuove idee, si articolano nuove proposte.
Si fanno nuovi preventivi e, immagino, capiti sovente che la penna e la mente indugino nella definizione del prezzo; da un lato cerchi di valorizzare al meglio ciò che proponi, dall’altro ti chiedi come reagirà il cliente.
Ritengo che, ove non sussistano altre regole superiori, il prezzo del servizio dovrebbe essere parametrato non tanto al tempo o alle altre risorse necessarie per realizzarlo, spesso difficilmente quantificabili, quanto al vantaggio che il servizio stesso reca a ‘quel’ cliente specifico.
A questa valutazione concorrono:
E’ quindi importante lavorare con attenzione e continuità sulla comunicazione verso te stesso e verso il tuo cliente, per evidenziare e proporre al meglio – facendone un distintivo punto di forza – il valore che contraddistingue te ed il servizio che proponi.
Ti invito a rileggere questo articolo, che racchiude tra l’altro una ’storiella’ assai emblematica.
http://obiettivoefficacia.wordpress.com/2008/05/19/il-tuo-stile-comunica-il-valore-del-tuo-lavoro/
Questo articolo ti è stato utile, fammelo sapere!
Buona giornata e grazie per la tua attenzione.
Mi piace tantissimo il concetto di investimento organizzativo e trovo eccezionalmente utile lo strumento-organigramma!
Obiettivo dell’investimento organizzativo è definire l’ottimale assetto della struttura, l’inquadramento dei ruoli e delle mansioni rispetto al raggiungimento della mission e degli obiettivi strategici, ottimizzare i fondamentali flussi operativi e comunicativi secondo i criteri dell’efficacia e dell’efficienza gestionale.
La definizione, stesura e diffusione dell’organigramma aziendale rappresenta un momento importante di analisi della struttura e dell’articolazione dell’organizzazione e di sintesi di un ampio ventaglio di significati – più o meno espliciti – che possono influenzare in modo rilevante il funzionamento dell’impresa, la percezione del contesto organizzativo ed il ‘senso’ del lavoro del singolo.
Erroneamente l’organigramma viene talvolta considerato una semplice ‘rappresentazione’ della struttura aziendale, ‘necessaria’ per completare la documentazione di un’organizzazione; in realtà è uno strumento che – se ben congegnato ed utilizzato – è in grado di riassumere diversi piani descrittivi dell’azienda e comunicare, con un impatto molto diretto e penetrante, con ricchezza di contenuti e significati.
Sottolineo ulteriormente il concetto di investimento organizzativo quale risorsa indispensabil creare, mantenere, migliorare le condizioni per realizzare un servizio di qualità e sviluppare un buon ambiente di lavoro e di vita per le persone.
L’organigramma rappresenta davvero una sintesi operativa e come tale risulta tanto più efficace quanto più è puntuale l’analisi che ne precede la redazione.
Ancora; attraverso la messa a fuoco e la condivisione di questo prezioso mezzo di crescita organizzativa è possibile confrontarsi direttamente ed indirettamente sull’attuazione della mission aziendale, sulla diffusione di responsabilità ed autonomia, sui flussi di informazioni, decisioni e feedback, sulle opportunità di sviluppo e miglioramento.
La rilevanza dell’organigramma quale strumento di sintesi e di comunicazione lo pone al centro del processo di sviluppo organizzativo, del quale rappresenta una progressiva e dinamica sedimentazione, più che uno statico punto d’arrivo.
Proprio per questo motivo uno studio partirà dal tracciare gli elementi essenziali della struttura dell’organizzazione, individuandone le connotazioni imprescindibili per l’attuazione della mission, nelle sue peculiari sfaccettature, andando poi ad arricchirla con le articolazioni di staff e gli incroci a matrice, senza peraltro perdere in linearità, chiarezza e semplicità.
In questo modo si va a costruire uno strumento chiaro e formalizzato che permetta ad ogni collaboratore di conoscere e comprendere la realtà nella quale lavora, le interconnessioni tra colleghi ed i riferimenti operativi.
Soprattutto in realtà di servizi è molto importante rendere evidente, chiaro e riconocibile il complesso dell’attività, i flussi verticali ed orizzontali delle comunicazioni, delle informazioni e dei feedback, proprio per favorire la diffusione del ‘senso’ del lavoro e dell’azienda e dunque diffondere la dimensione dell’autonomia e della responsabilità, componenti strettamente connesse e fondanti la qualità del servizio offerto.
In sintesi:
Definire un’impostazione organizzativa – e conseguentemente disegnare l’organigramma – significa essenzialmente riflettere su chi fa che cosa (e con chi lo fa) all’interno dell’organizzazione.
Ma significa anche avere ben chiara la consapevolezza che l’investimento organizzativo rappresenta una ricchezza e costituisce una saggia strategia di lungo respiro, per attuare al meglio la mission aziendale e poter cogliere appieno i risultati attesi.
Un sabato, è tardo pomeriggio;
immagina questo dialogo con una ragazzina:
Oggi abbiamo perso… e malamente.
In pratica era come se non fossimo in campo, non abbiamo praticamente giocato!
Cosa vi ha detto l’allenatore prima della partita?
Le solite cose:
i ruoli: 7,4,13, 10,6,3; centrali 3 e 13.
Murare sottorete ed attenzione ad eseguire correttamente la ricezione in bagher.
Chiamate sempre la palla e stringete in difesa.
Dai!
Bene; questo breve dialogo mi ha fatto nascere la voglia di scrivere un post sul ruolo dl coach e su cosa significa gestire un gruppo.
Ogni allenatore cura giustamente la componente tecnica degli atleti e del gruppo/squadra.
Negli allenamenti vengono dedicate lunghe ore a provare, assimilare, perfezionare movimenti, posizioni, schemi. Un po’ alla volta le cose girano meglio, i colpi entrano, ci si trova ad occhi chiusi, si prova il gusto del tocco col pallone e della rifinitura. Addirittura si comincia a definire il proprio stile, decidendo a chi si assomiglia e quali siano i colpi o i movimenti preferiti.
Insomma, si entra un po’ alla volta nello sport e nella sua pratica e lo sport e le sue componenti entrano nell’atleta; è proprio in questa fase che un praticante, secondo me, inizia ad essere un atleta: cioè quando avverte la padronanza sull’attività agita e inizia a prendervi gusto, a sfidare se stesso, a crescere con consapevolezza e determinazione.
Questa evoluzione avviene in termini individuali e di squadra – in uno sport come la pallavolo – ma anche in sport individuali il gruppo svolge una funzione importante, in termini di clima e di relazione.
Tutto ciò funziona generalmente molto bene fino a che si rimane nell’accogliente situazione dell’allenamento: si tratta di un contesto ormai divenuto abituale, si ritrovano riti, movimenti, posizioni, schemi, situazioni note e verso le quali si è preparati. Non ci si aspetta nulla di imprevisto; il livello di stress atteso e di sollecitazione subìta è basso.
Generalmente, in questa condizione, solo gli atleti più avveduti e lungimiranti tirano egualmente fuori tutta la grinta di cui dispongono e danno il meglio, simulando la competizione.
L’agonismo, la partita: qui tutto ovviamente cambia.
Le situazioni che l’atleta si trova ad affrontare ed a gestire positivamente sono molto meno prevedibili ed una delle tattiche del tuo avversario è proprio quella di scoprirei tuoi punti deboli e di metterti in difficoltà, fin da subito.
Gli atleti e gli allenatori più determinati al successo non affidano le vittorie al caso, ma si preparano ad affrontare proprio ‘quell’avversario’ adattando la propria azione, i tempi e la strategia alle sue caratteristiche peculiari. E curano soprattutto i primi momenti, sapendo quanto è importante l’influenza psicologica sul proprio gruppo e su quello avversario dei primissimi momenti di gioco.
Insomma: competizione ed allenamento sono due situazioni molto varie e l’atleta può reagire in modo molto diverso, esaltando o annullando la propria abilità. Perché? Perché entra in ballo la mente ed il pensiero, nel senso che la situazione in atto viene soggettivata attraverso le categorie mentali di chi registra, classifica e risponde a quella situazione.
Nella competizione ‘entra in gioco’ in modo evidente e rilevante la competenza emotiva del saper controllare e gestire le diverse situazioni che si presentano, con particolare attenzione per quelle inaspettate, negative e complesse.
La resistenza allo stress, ovvero la capacità di non lasciarsi sopraffare dalla situazione, costituisce una caratteristica propria di tutti gli atleti che ottengono grandi risultati, proprio grazie ad un equilibrio stabile e positivo tra sé e le situazioni che si trovano ad affrontare.
Parlando di ragazzi e bambini è evidente come il ruolo dell’allenatore sia fondamentale, non soltanto per il perfezionamento tecnico, quanto per affiancare il bambino ed il giovane in una maturazione caratteriale ed emozionale che si rivela indispensabile per raccogliere risultati nella pratica agonistica e per permettere all’atleta di godere dell’attività sportiva e di viverla come piena realizzazione delle capacità ed aspettative.
Attraverso una accorta gestione di queste componenti della persona, il coach può riuscire ad ottenere risultati molto più significativi, che operando prettamente sul piano della tecnica sportiva; essere effettivamente coach significa curare la dimensione emotiva del singolo e della squadra, lavorare attentamente sul piano motivazionale, inspirare grinta, fiducia in sé e nei compagni, entusiasmo, consapevolezza dei propri punti di forza (ovviamente l’allenatore deve ‘sentire‘ queste cose dentro di sè… altrimenti trasmette parole vuote e di sicuro non utili!)
Il coach è la squadra, vive con essa e non se ne dissocia mai; non è un esterno.
Per capirsi: usa il noi e non il voi, quando parla alla e della sua squadra o ai e dei suoi atleti.
Per concludere: in questo modo lo sport diventa per un giovane una fantastica metafora della vita, grazie alla quale può sperimentare se stesso e le proprie strategie di approccio alla diverse situazioni con le quali interagisce.
Ma… se lo sport è una metafora della vita, anche il ruolo dell’allenatore è una simbologia della figura di chi gestisce e fa crescere le persone, in ogni ambito.
Anche nella gestione di un gruppo nel mondo del lavoro le chiavi del successo sono le stesse.
Non dimenticare Pareto!
E la Legge 20 > 80!
Il perchè è molto semplice e conviene senza dubbio tenerne conto:
il 20% delle attività che svolgi
detemina
l’80% dei risultati che ottieni!
Ti pare un consiglio da poco?
Poni la giusta cura nel selezionare le attività a cui dedichi il tuo tempo e la tua attenzione, perchè è qui che decidi in larga misura gli esiti del tuo agire.
Scegliendo nell’ambito del 20% andrai a dare impulso ed a potenziare grandemente i traguardi raggiungibili; mentre ponendo attenzione all’80% finirai spesso col provare la sensazione di non portar a casa risultati adeguati all’impegno profuso.
Pensa sempre che non è soltanto la quantità dell’impegno dedicato a determinare ciò che ottieni, ma soprattutto l’oggetto e la qualità del tuo impegno.
Seleziona ed investi tempo, impegno ed entusiasmo nelle attività ‘convenienti’, di qualunque tipologia esse siano. Così aumenterai grandemente non solo i risultati che andrai ad ottenere, ma anche potenzierai il tuo senso d’efficacia e questo ti potrà aiutare non poco a definire obiettivi sempre maggiori e ad ottenere soddisfazioni crescenti.
Ancora una volta ti invito a verificare e monitorare dove concentri e focalizzi due tue formidabili risorse: tempo ed attenzione.
E questo non solo nel lavoro, ma anche negli affetti, negli interessi, nel volontariato, ecc.
Ho serbato l’idea di questo articolo per l’inizio dell’anno nuovo, tempo di ‘propositi’!
Tempo di cambiamenti – opportuni e necessari – se ti accorgi che le ‘vecchie abitudini ‘ non ti aiutano come vorresi a raggiungere i traguardi che ti stanno a cuore, a vivere e a godere della vita come vorremmo, ad utilizzare proficuamente il tempo.
Grazie per la tua attenzione!
PS:
Se non l’hai già fatto, REGISTRATI ORA ad Obiettivoefficacia!
Grazie!
Un pomeriggio dei primi anni Settanta, a Parigi, andai a far visita a Eileen Gray, architetta e designer, che a novantatré anni lavorava come niente fosse quattordici ore al giorno. Abitava in Rue Bonaparte, e nel suo salotto era appesa una carta della Patagonia, da lei dipinta a tempera.
“Ho sempre desiderato andarci” dissi. “Anch’io” fece lei. “Ci vada per me”. Andai. Telegrafai a Londra, al <Sunday Times>: “Sono andato in Patagonia”.
Nello zaino portai Viaggio in Armenia di Mandel’stam e Nel nostro tempo di Hemingway. Sei mesi dopo tornai con l’ossatura di un libro, che questa volta arrivò ad essere pubblicato.
Bruce Chatwin
tratto da Ho sempre sognato andare in Patagonia (La formazione di uno scrittore) in Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi 2005
Dedicato a chi pensa a cambiare in meglio la propria vita.
Buon fine settimana.
Don’t be heimskur!
Ho letto sul supplemento del Corriere della Sera di alcune settimane fa, un interessante articolo sull’attuale situazione socioeconomica dell’Islanda e, la cosa che più mi ha intrigato, è stata una piccola didascalia, di quelle che vengono poste tra le foto ed il testo, che diceva pressappoco così:
Heimskur,
in islandese significa stupido, cioè colui che sta casa.
Mi è molto piaciuto questo significato, che si ritrova nella lingua di un popolo che vivendo su un’isola splendida ma sperduta, necessariamente si è sempre dovuto volgere verso l’esterno.
Mi trovo a condividere questo sentimento, venendo anch’io da una piccola isola del mondo ed avendo capito come sia importante riuscire ad assumere una dimensione personale di vita e di pensiero che vada oltre i limiti geografici e la cultura nella quale si sguazza fin dalla più tenera età.
Penso davvero sia poco saggio, ed anche un pò noioso, rinchiudersi in abitudini e certezze che finiscono inevitabilmente per formare un vicolo cieco.

E non è molto saggio – davvero – costruire con le proprie mani la propria trappola!
Conviene sentirsi un pò… Islandesi e guardare con fiducia a quel mare che ci circonda, vedendone le opportunità, oltrechè i rischi.
Aiuta pensare all’efficacia emotiva di due delle più belle piazze d’Europa, Trieste e Lisbona, ove un lato è ‘occupato’ rispettivamente dal Mare Adriatico e dall’Oceano Atlantico: esse sanno trasmettere il senso della libertà, del movimento, della scoperta, della crescita, dello sviluppo. Quel mare non costituisce soltanto un pericolo, ma anche una fonte incredibile di opportunità.
Auguri per un futuro entusiasmante, con fiducia e serendipity!
Andrea Pozzatti
PS: Grazie Claudio!
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